Le Biblioteche in Età Contemporanea/parte prima

Età Contemporanea: a) L’Inghilterra dell’età Vittoriana e le biblioteche popolari[1]

 

Per inquadrare il fenomeno delle biblioteche nell’Inghilterra dell’800 e il loro rapporto con la classe dirigente dobbiamo premettere alcune brevi ma importanti notizie. La situazione sociale vede la classe di lettori molto composita e i gusti del pubblico mutevoli. Tanto per soffermarci su come si arriva ad una situazione del genere, il dato che nel 1901 i cittadini saranno tre volte e mezzo quelli di un secolo prima dovrebbe farci capire lo sviluppo del fenomeno della lettura. Accanto all’aumento demografico aumenta pure la borghesia rispetto alla classe operaia. E aumenta la disponibilità di istruzione tanto che nella prima metà dell’800 l’alfabetizzazione sarà un processo avviato pure per la classe operaia. La rivoluzione industriale fa si la disponibilità economica della borghesia aumenti, dando la possibilità di operare assunzioni di molti domestici, in fuga dalla agricoltura, che si alfabetizzeranno leggendo i giornali dei padroni. Con l’800 potremo dire che la coscienza di classe si acutizzi moltissimo creando tensioni politiche e pulsioni verso una maggiore istruzione.

Le condizioni che favoriscono la diffusione dell’abitudine alla lettura sono molteplici. Prima tra tutte l’aumento del tempo libero della borghesia dovuta alla delega dei lavori domestici a personale di servizio e, per la classe operaia, la progressiva riduzione dell’orario di lavoro che dal 1830 è fissato in 10 ore e dal 1847 scese ulteriormente permettendo così di aumentare le ore dedicate alla lettura. Diciamo poi che non c’erano molte attrazioni nei giorni di riposo, tant’è che il pub o la strada erano gli unici posti di ritrovo.

Le difficoltà per i ceti popolari poi si moltiplicavano; è pur vero che dal 1850 nasce come momento di svago per i pendolari la cosiddetta “letteratura ferroviaria” ideata per tenere compagnia ai pendolari. Per la classe rurale poi non c’è nessuna novità apprezzabile per l’alfabetizzazione. Susseguono comunque appelli da parte di scrittori e oratori circa l’utilità e il gusto della cultura. Ma le lettura ha molte difficoltà: in primis la stessa struttura delle abitazioni, i cottage, sono tutt’altro che concilianti con i lettori perché sono tuguri o tutt’al più laboratori. E la tassa sulle finestre non aiuta certo a creare ambienti casalinghi luminosi per leggere. Non parliamo poi del costo degli occhiali tanto che la lettura sarà limitata fini alla prima metà del XX secolo. Poi c’è il fattore della stanchezza legata alle lunghe ore di lavoro senza intervalli. Infine una difficoltà non trascurabile deriva dai problemi legati alla inurbamento del ceto che prima era agricolo che rende difficile la lettura. Con questo processo si ha la spersonalizzazione dell’individuo che spaesato dalla nuova situazione si da al bere e alla promiscuità sessuale. Ecco che entra in gioco il libro che è utile nel corso dell’800 ad alleviare questo stato di fatto: aiuta a sognare e a rendere meno opprimente la realtà.      

Entriamo ora nel vivo: come si costituirono le biblioteche pubbliche in Inghilterra. E’certamente un processo lungo e travagliato che vede il suo avvio dal XV secolo  quando la costituzione di biblioteche avveniva per disposizione testamentaria spesso con l’obbligo di apertura al pubblico. Bristol ha tra i primi esempi di ciò nel 1464 e nel 1613. In realtà queste biblioteche servivano poco al pubblico perché mancavano di fondi sufficienti per la manutenzione e non erano aperte a tutti. Interviene la Camera dei Comuni che con il Public Libraries Committee del 1849 ne critica la loro struttura e avvia un’indagine che fa emergere problematiche come alla biblioteca di Chetam che afferma che dei suoi 19500 volumi in folio non sono di argomenti fruibili dal popolo. Quest’ultimo chiede ai bibliotecari “riviste frivole” come alla Tenison altrimenti non le consulta proprio come è il caso di quella del British Museum. Poi se aggiungiamo la difficoltà nell’ammissione alla consultazione e gli orari che spesso erano limitati a poche ore alla settimana, il quadro non era dei migliori. Si evince che ci doveva essere una mancanza di letture per le classi meno agiate e il fatto che non fosse previsto il prestito bibliotecario non aiutava. La London Library nel 1841 possedeva 470.000 volumi, ma nemmeno uno di uesti era adatto ad una biblioteca popolare.

In un panorama così limitato si sviluppano soluzioni diciamo alternative: nascono le biblioteche circolanti commerciali dove per una piccola quota di iscrizione ci si può aggiudicare il prestito per lettura di libri popolari (già all’inizio dell’800 nella city si contano una ventina di queste biblioteche). Parallelamente sorgono biblioteche simili dove, con il contributo di un penny derivante da una tassa dello stato, si comprano romanzi e altri libri popolari. Sorgono anche club di lettura fondati dalle più disparate classi sociali che si fanno interpreti della censura. E poi non vanno dimenticate le biblioteche parrocchiali dedicate al popolo con le loro collane di letture ad hoc.

Nel 1817, per iniziativa del mercante bibliofilo Samuel Brown di Haddington, sorge una biblioteca di iniziativa privata che avvia nel East Lothian creando una biblioteca circolante a sue spese con un meccanismo originale. I libri vengono divisi in 4 gruppi assegnati ad una zona per 2 anni; poi, a rotazione, vengono spostati alle altre tre zone. Funziona così bene questa iniziativa che in venti anni 2.380 libri vengono fatti circolare in 47 gruppi. Per quanto riguarda la loro composizione, i 2/3 dei volumi erano a carattere morale e religioso, mentre il resto erano libri pratici. La sua iniziativa funge poi da volano per altre iniziative simili: la Nothern Union of Mechanics Institute  dello Yorkshire crea una sua biblioteca.

Il 1827 segna un importante momento di riflessione: si avvia una inchiesta del “Westmister Review” sulle biblioteche pubbliche. Nel 1848 il bibliotecario Edwards della British Library svela le spaventose carenze dei servizi bibliotecari pubblici. Il 1849 la Commissione di inchiesta mette in luce, infatti, carenze negli orari di apertura delle biblioteche ed esclusività dell’utenza. Viene formulata una proposta migliorativa: con una tassa di mezzo penny da parte dei Comuni per ogni sterlina tassabile per erigere le biblioteche pubbliche con gli argomenti a favore che invitando i cittadini in biblioteca si sarebbe ridotta la criminalità e che vi fosse una grande voglia di cultura, anche se alcune amministrazioni apportarono una grande resistenza. La proposta passa alla camera dei Comuni per pochi voti ma solo quando i prezzi di libri e riviste calò si avviò il meccanismo. Molte erano le difficoltà iniziali per il fatto che non esistevano esempi: mancavano leggi quadro, vi erano pochi soldi per il libri, i bibliotecari erano sottopagati, le strutture non rispondevano ai problemi dell’alcolismo, si dovevano vincere i pregiudizi ottocenteschi sulla distrazione dal lavoro. Poi anche i bibliotecari erano impreparati su consigli da dare ed i prelievi eccessivi di romanzi creava tensioni. Il movimento delle biblioteche crearono più scompigli che benefici.

L’entità dell’utenza  varia molto da comune e da periodo: una media del 3-8% della popolazione sembra realistica. Un ultimo dato sugli scrittori letti: i ragazzi leggevano Ainsworth, Marryat, Henty, Cooper, Verne e Mayne Reid; le ragazze leggevano invece Mrs.Henry Wood, Miss Braddon e E.P.Roe.


[1] Richard D.Altick, La democrazia tra le pagine. La lettura di massa nell’Inghilterra dell’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 1990

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Ancora sulle biblioteche in età moderna

c) Biblioteche e Censura[1]

 

Sempre in un lasso di tempo che va dal seicento al Settecento sembra opportuno prendere in considerazione biblioteche private di appartenenti a vari strati sociali di Roma. Dobbiamo preliminarmente dire che già agli esordi del Settecento nessun nobiluomo romano che si rispettasse avrebbe potuto, per mostrare la propria raffinatezza e dare indice del suo stile di vita, rinunciare ad avere una biblioteca. Quest’ultima svolgeva la funzione di collezione e condivideva le sorti del suo padrone. Le biblioteche insomma rispecchiano i loro padroni. Dobbiamo anche aggiungere che una bella biblioteca non è appannaggio solamente dei membri dell’élite politica, cioè degli esponenti dell’alto clero,  ma può essere rinvenuta anche nelle abitazioni dei ceti medi delle arti liberali, in quelle di mercanti e perfino in quelle  di semplici artigiani. Ne vedremo brevemente quattro esempi tenendo conto dei tratti comuni che sono dati da una forte presenza di letteratura a carattere pratico e un’altra forte presenza di testi dell’educazione umanistica, dai classici di Cicerone ai lirici contemporanei come Marino.

Polidoro Neruzzi, patrizio senese, nel 1641 lascia agli eredi una discreta biblioteca composta da 424 titoli. I titoli sicuramente non giuridici formano un corpus di notevole consistenza. Ci sono così 36 opere di autori antichi e un centinaio di titoli di autori moderni. Questi ultimi costituiscono la cifra distintiva della biblioteca: il proprietario ha una propensione per i compendi, le raccolte, gli exempla. A questi si aggiungono cinque enciclopedie di filosofia morale e di scienza, sette vocabolari e lessici latini o latino-greci, due grammatiche, cinque trattati di logica e uno di dialettica; ci sono anche 9 testi di medicina. Fino ad allora solo alcuni libri venivano letti in quegli anni per intero; i restanti erano versioni compendiate o brani scelti. Dal rinascimento tutto questo scompare ed anzi subisce una forte accelerata. Molti testi sono tradotti anche in volgare. Neruzzi ha una vera passione per l’enciclopedismo e questo lo si vede dalla scelta che fa in materia di “storia” ed “attualità”. Egli è anche un lettore alla moda con una evidente predilezione per gli scrittori contemporanei. Altra nota è la presenza tra i volumi di un trattato anonimo che è l’Artis Memoriae che ci dice la significatività della presenza nel tentativo del patrizio senese di approcciarsi in maniera sistematica al sapere.

Ultima nota degna di rilievo è che più dell’80% dei libri sono stati pubblicati a Venezia.

Affianchiamo a questo nobile l’Avvocato Negrelli  che ha raccolte di Decisiones e di Consilia ed altri trattati giuridici vari, l’avvocato Pari, l’orefice Cangiani e il pittore Raspantini, con rispettivamente 42,71 e 107 titoli di poesia, arte, storia, viaggi, attualità oltre a quelli di legge e di devozione. Il latino non è una lingua conosciuta allo stesso modo da tutte queste persone. Anzi, l’avvocato Pari lo conosce bene, Cangiani ha solo libri in volgare. La letteratura sacra sebbene in percentuali variabili è presente in tutte le biblioteche, mentre è la letteratura profana che è molto variegata nei titoli. Un altro punto di contatto tra le varie collezione è la presenza di un grande numero di testi più per l’azione che per lo sfogo o la riflessione. Ancora, sono presenti grammatiche, vocabolari e raccolte di lettere ma spesso anche Topica e Sentenze di Cicerone. Inoltre sono molto presenti manuali scolastici proposti dagli editori con il fine di produrre libri utili, giovevoli al pubblico e di offrire all’utente una via percorribile in modo facile per raggiungere il sapere. Ecco che così sono presenti trattati anche militari; Pari possiede alcuni classici in compendio, Raspantini compra repertori e raccolte enciclopediche, solo che essendo pittore si interessa maggiormente  agli emblemi, le immagini e le figure. Per quanto riguarda le scelte letterarie, i romanzi non mancano. Quello che emerge da questa sintesi dimostra che gli scrittori dell’epoca venivano letti da persone di ogni grado e condizione.

Terminiamo questo excursus con la figura di un nobile blasonato: Vincenzo Giustiniani. Possiede un buon numero di testi di controversistica, pochi classici (Tacito, Plutarco, Svetonio e Valerio Massimo), nessuna opera poetica e nemmeno un Cicerone, numerosi volumi di storia e di relazioni sugli eventi bellici più recenti. Una metà dei testi della biblioteca è dedicata a testi professionali pratici anche se in maniera differenziata. Infatti Giustiniani si interessa di astrologia, di osservazione dei sogni, di araldica, e questa passione non trova riscontro tra altri proprietari di libri.

Il rapporto potere-cultura si rende evidente poi nei testi perché il Gistiniani detiene i testi che è anche autorizzato a tenere anche se fosse stato incluso nell’Index librorum prohibitorum. La sua biblioteca quindi non può fungere da test per saggiare la censura. Gli altri bibliofili verifichiamo invece che succede che il divieto di leggere testi sacri in volgare può essere aggirato perché se ne entra in possesso casualmente o ancora perché lo si è ricevuto a prestito.


[1] R.Ago, Così si volta questa ruota di parole: biblioteche e lettori nella Roma del Seicento, “Quaderni Storici”, 115 2004, 1, pp.119-138Immagine

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Ancora sulle Biblioteche in età moderna

b) Un caso particolare:Giovanni Pietro Italiano[1] e la cella di fra Leandro[2]

 

Si tratteranno sinteticamente due casi curiosi che possono essere considerati indicativi della tendenza alle biblioteche in quegli anni. Daniele Gomarasia in “la biblioteca manoscritta di Giovanni Pietro Italiano: aggiornamento culturale e sogno enciclopedico” ci racconta la storia di una biblioteca privata del tutto singolare costituita intorno al 1600. Giovanni Pietro Italiano è un portiere di origini piacentino della cancelleria Segreta dello Stato di Milano a cavallo del 1600. Ci lascia tredici manoscritti autografi che redige anche in onore del Duca di Terranova, plenipotenziario a Milano per il re Filippo II di Spagna, al fine di ingraziarselo per ottenere la tanto agognata cittadinanza.

I testi sono composti da una miscellanea di altri testi: da Ordini da far servar per gli uschieri compila a margine una raccolta dei fatti più disparati ma che egli ritiene importanti che accadono in città. Ricopia ancora i Ragionamenti della libreria vaticana di Pansa e la aggiorna raccontando nel catalogo conclusivo come i Visconti che la ebbero in affidamento andarono in rovina a causa delle guerre cui parteciparono e continua affermando che, forse con una valutazione del tutto personale, che Federigo Borromeo avrebbe l’intenzione di ricostruirla e renderla più completa.

Infine nella ricopiatura della Historia Pontificale di Giovanni Francesco Besozzo del 1596 aggiunge una lode e una biografia di Carlo Borromeo arricchendo e completando a suo parere questa opera importante.

La caratteristica peculiare di questi quaderni di Giovanni Pietro Italiano è tutta nella sintesi che egli fa tra cultura codificata e quotidiana; egli si cura di una molteplicità di argomenti che lo appassionano anche se in particolare è la religione che lo vede coinvolto in onore di sua maestà il re cattolico Filippo II di Spagna. Ultima considerazione è quella che sottolinea l’unicità di questa figura del Seicento che, in maniera del tutto originale, forgia la sua biblioteca ideale tra aggiornamenti culturali ed enciclopedismo.

Un’altra figura di grande interesse nell’approccio allo studio del rapporto potere/biblioteca è quella ricordata da Giancarlo Petrella nel contributo Nella cella di fra Leandro: prime ricerche sui libri di Leandro Alberti umanista e inquisitore, utile per comprendere come in alcuni momenti questo rapporto fosse più complesso che in altri.

Il giovane Leandro, formato alla retorica ciceroniana da Giovanni Garzoni, ha una grande passione per la storia che coltiva anche grazie ai tesi di molti umanisti che gli fanno apprezzare il valore e il significato della geografia. Vagheggia di arricchire il mondo delle biblioteche scrivendo il “de viribus illustri bus ordinis praedicatorum” e più tardi “Ephemerides”. Si spinge molto avanti teorizzando che per diffondere il sapere e renderlo fruibile ai più è necessario operare la sua volgarizzazione. Così per realizzare questo ideale scrive la Descrittione d’Italia che egli considera come un’opera aperta che si prefigge di descrivere la geografia, di essere un compendio storico e un catalogo di uomini illustri ( prende in considerazione opere della classicità latina e greca).

E per adempiere a questa sua missione lavora nella biblioteca domenicana di san Domenico a Bologna che sarà poi dispersa nel 1798 per ordine di Napoleone. I libri poi prenderanno la strada della Francia. Quello che interessa è ora mettere brevemente a fuoco l’evoluzione del tutto particolare del catalogo della biblioteca di fra Leandro che troveremo citata per la prima volta in una nota di “Roma illustrata…”di Flavio Biondi e che racconta che le evoluzioni che la portarono dal ‘400 agli anni del frate domenicano vedono grossi cambiamenti: dall’influenza dell’umanesimo si giunge ai classici greci e latini per poi passare ad arricchimenti di opere storiche a quelle degli stessi umanisti. Fra Leandro dimostra di trovare così una sintesi tra il suo ruolo di inquisitore e quello di vivo umanista. Trasferisce questo alla biblioteca personale.


[1] Libri, biblioteche e cultura nell’Italia del Cinque e Seicento, a cura di E.Barbieri e D.Zardin, Milano, 2002

[2] Libri, biblioteche e cultura nell’Italia del Cinque e Seicento, op.cit.

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I perchè della cultura!

I perchè della cultura!

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28 marzo 2013 · 12:36

Libri a ottimi prezzi!

Pagina contenete libri di letteratura italiana del ‘900 e altre chicche. Provare per credere!

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27 marzo 2013 · 10:45

All’orto botanico di Skrudur il premio Scarpa

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26 marzo 2013 · 15:30

Biblioteche e potere/parte quinta – età moderna

Età moderna: a) tra Riforma e Controriforma

 

Nell’analizzare gli anni che vanno tra il Cinquecento ed il Seicento ci si trova di fronte ad una eterogenea raccolta di testimonianze sul rapporto tra cultura/biblioteche e potere. Sembra utile analizzare a tal proposito dei cammei indicativi comunque di tutta una tendenza.

Ora trattiamo di una biblioteca religiosa, quindi di servizio ad un convento.

Un primo significativo esempio lo troviamo nel volume di Ugo Rozzo[1] dove al capitolo V intitolato Pio V e la biblioteca di Santa Croce in Bosco Marengo, affronta la costituzione della chiesa e del convento domenicano annesso e di una immancabile “luculentam…egregieque instructam bibliothecam”.  Pio V, al secolo Michele Ghisleri (1504-1572), è una figura di primo piano nei travagliati anni della Controriforma; fervente antiebraico, commissario generale dell’Inquisizione romana, è famoso per avere istituito nel1571 la “congregazione dell’Indice” che ha come scopo di censurare i libri considerati non educativi o lesivi della cristianità.

Papa Ghisleri istituisce il complesso di Bosco con una Bolla del 1 Agosto 1566, mentre già dal 1567 si inizia la costruzione della biblioteca: il papa stesso si preoccupa in prima persona della dotazione della libreria del convento ed è solo lui a deciderne la dotazione dei volumi. Circa la composizione della biblioteca ci vengono in aiuto le lettere raccolte nell’VIII volume delle “Nunziature di Venezia”.

I dati che emergono da questa consultazione ci dicono in primo luogo che Pio V non vuole assolutamente che gli vengano proposti impressori dannati; la lista si presenta di difficile compilazione perché la biblioteca nel corso del tempo ha subito significative dispersioni; infine egli chiede che gli vengano proposte acquisizioni di libri legati a determinate località di stampa. Fatte queste considerazioni il Pontefice mette sulla carta il contenuto della biblioteca tra il 1568 ed 1572 affidandosi per la parte economico-pratica al cardinale Bonelli che fissa la spesa obbligatoria in libri  in 100 scudi annuali, ma trova di difficile soluzione lo stabilire l’ordine di importanza nell’acquisto dei libri ed in secondo luogo nota la difficoltà presentata dall’ampliamento della biblioteca. Oggi disponiamo però di quattro elenchi su cui basarci nel ricostruire come queste scelte furono prese: 1.Un primo testo intitolato “Libreria grande” è della metà dell’ottocento e presenta i libri in ordine alfabetico; 2.Un secondo chiamato “Libreria piccola”è simile al precedente ma non da indicazione della collocazione dei libri; 3.Un’altro indice del 1845 è rilegato in quinterni di formato protocollo; 4.Infine, e siamo nel 1860, un vero e proprio catalogo che indica, all’epoca, la presenza di 2296 volumi. L’esistenza del convento e della sua biblioteca termina con la sua soppressione da parte dello stato unitario il 13/01/1861 ad opera di un Regio Decreto. Il patrimonio librario viene in parte alienato, e in parte trasferito al convento di San Domenico di Chieri.

Ora passando ad analizzare la composizione emersa dai registri sopra citati, notiamo che le letture presenti fossero quelle di Aristotele e altri classici, Calepini, la Bibliotheca sancta, Severino Boezio, i Padri della chiesa in gran numero, ma notevole è anche la presenza di edizioni “moderne”. Non potevano mancare i libri religiosi. Andando nel dettaglio osserveremo che per quanto riguarda le legature non tutti i libri in biblioteca sono dotati di stemma papale sul frontespizio. Le legature con lo stemma di Pio V sono un San Bonaventura (Roma, 1569), un San Leone Magno (Lovanio, 1566), San Giovanni Crisostomo (Parigi, 1545). I cataloghi di Chieri sono incompleti a causa della sottrazione di numerose opere, il loro smarrimento o il fatto che comunque venissero saccheggiate. Resta il fatto che tutti i cataloghi citati possono darci utili indicazioni sul contenuto della biblioteca: vi sono 14 incunaboli, 2 opere non databili, 166 cinquecentine anteriori al 1573, 80 databili fino al 1598 anno di morte del cardinale Bonelli.

Altra nota degna di rilievo  è che la biblioteca di Bosco contiene la biblioteca privata di Pio V che alla sua morte assegna come legato al convento e che per certi versi stupisce. E’composta da: 6 Bibbie; 15 volumi di autori domenicani; Padri della chiesa; teologia scolastica; ascetica e morale; teologi e controversisti; pochi volumi di diritto e canonistica; alcuni filosofi; molti volumi di cultura greco-latina; studio dell’antichità; molti volumi del Rinascimento italiano; molti volumi di storia antica e moderna; testi scientifici e tecnici; poi vi sono delle vere sorprese e cioè la presenza di Erasmo e del della Porta (Erasmo era stato censurato nel 1559 proprio dal Sant’Uffizio di Roma). Inoltre vi sono molte edizioni straniere comprate dal pontefice stesso. Dato interessante è che Venezia è presente con 66 opere edite nella città.

A questo punto è obbligatorio fare una osservazione sul fatto che il papa che istituì l’indice, utilizzò la censura con l’estero ma per sé comprò molte delle opere “proibite”. E tale fenomeno se da un lato è indice di una volontà di apprendere dai libri posti all’indice dall’altro indica la volontà di valutare libri impegnativi.

Alla morte del pontefice avvenuta nel 1572 le acquisizioni a Bosco furono continuate focalizzando gli acquisti sui Padri della Chiesa e sui teologi scolastici, in accurate edizioni straniere, nonché classici latini e greci e studi sull’antichità.

Concludendo possiamo riassumere quanto analizzato finora affermando che se da un verso, in linea generale, la biblioteca ha si settori religiosi e filosofici, ma anche una spiccata apertura verso le novità sul panorama editoriale; è pur sempre vero che la “libraria” domenicana è stata istituita perché serva alla predicazione e alla preghiera; infine, cosa degna della più alta attenzione, il monastero tra le sue mura contiene libri proibiti poiché Pio V sosteneva che i domenicani potessero farne una giusta valutazione (indice di questa affermazione il fatto che il convento possedesse un libro come l’Orlando Furioso).


[1] Ugo Rozzo, Biblioteche italiane del Cinquecento tra Riforma e Controriforma, Udine,1994.

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